8 nov, 2011
Sono fra quanti auspicano che Francesco Schittulli, il presidente della Provincia di Bari dimessosi –secondo la stampa- per contrasti con il Popolo della Libertà, ci ripensi e continui a governare l’Ente secondo l’incarico ricevuto dai cittadini. Non entro nel merito del contenzioso e dei motivi che lo hanno determinato, ma credo che il rispetto della volontà degli elettori debba essere la stella polare della strategia e della tattica di qualsiasi forza politica e di qualsiasi rappresentante delle istituzioni.
Lo sviluppo clamoroso e del tutto inatteso di questa repentina decisione del noto oncologo barese offre lo spunto per qualche riflessione, specie nelle immediate vicinanze di un importante appuntamento congressuale. È infatti alla scarsa organizzazione e alla scarsa legittimazione degli organismi di partito che spesso si imputa l’eccesso di litigiosità che caratterizza in negativo il centrodestra ed il suo maggior soggetto politico, che è il Pdl. I sostenitori di questa tesi mostrano di ritenere che l’irrobustimento della legalità statutaria, la presenza attiva ed operante di organismi eletti e non nominati, la complessiva maggiore linearità e trasparenza dei processi decisionali rappresenti il sicuro antidoto a questi fenomeni e ai loro deteriori esiti. Un po’ come quando, nel vecchio West, la frase “c’è un nuovo sceriffo in città” equivaleva al ritorno della legge e dell’ordine dopo una fase di caos e di anarchia.
Secondo me l’analisi è corretta, ma incompleta. Il radicarsi del Pdl, il suo divenire una forza politica “normale” sono una condizione necessaria per ritrovare idem sentire e comunione di intenti al nostro interno, ma dubito che sia anche una condizione sufficiente. Inoltre, quand’anche sia possibile rimettere indietro le lancette dell’orologio e tornare ai megapartiti di trent’anni fa, che erano signori assoluti del destino dei loro aderenti ed eletti, non penso che sarebbe cosa desiderabile. Un certo tasso di confusione è un accettabile prezzo da pagare per la libertà, e penso che il talento e la passione degli individui non debbano essere irreggimentate, ma che le loro differenze debbano fare da stimolo ad una più alta sintesi.
Per dirla con uno slogan, serve più personalità e meno personalismi. Perché le persone, il loro protagonismo, le loro differenti sensibilità sono una ricchezza, non un difetto. Non è un dramma se in un grande partito convivono punti di vista differenti, e non è scandaloso che i contrasti possano riguardare anche decisioni gestionali, incarichi, organigrammi. Avere personalità coincide spesso con l’avere aspirazioni ed ambizioni; il problema è perché, al servizio di cosa. Se il ruolo mi serve ad avere maggiore forza per far valere qualcosa in cui credo, se mi permette di dare un contributo più serio ad una causa in cui insieme a tanti mi riconosco, ben venga l’ambizione, perché l’ambizione è il sale della politica e delle opere umane; se l’incarico, invece, serve a certificare che sono il mejo fico del bigoncio, a mostrare a tutti e soprattutto a me stesso che sono forte, bello e ricco d’ogni dote, meglio lasciare perdere.
Il personalismo è la zavorra inutile che riduce la personalità a parodia. “I cimiteri sono pieni di uomini che si ritenevano indispensabili”, avrebbe detto De Gaulle. Al territorio, alle istituzioni ai cittadini serve un partito che non faccia il gendarme, ma sia attento custode della linea che passa fra la consapevolezza e la presunzione, fra l’orgoglio e l’arroganza, fra il merito e l’apparenza. Spero che alla costruzione di questo partito contribuiscano in tanti in condizione di pari dignità.




